SEZIONE CURIOSITA' LETTERARIE

venerdì 15 giugno 2007




Secondo uno studio, le università sono il fulcro delle economie regionali della conoscenza

Quali produttrici primarie di conoscenza, le università svolgono un ruolo di prim'ordine nell'ascesa e nello sviluppo delle economie regionali della conoscenza. Tuttavia, permangono ostacoli fondamentali all'innovazione, relativi allo stimolo dello spirito di imprenditorialità e alla creazione di un'infrastruttura praticabile di trasferimenti di tecnologia tra le università e l'industria. Quelle che precedono sono soltanto alcune delle conclusioni di base tratte da uno studio condotto di recente dall'Associazione delle università europee (EUA).

La conoscenza viene vista come fenomeno globalizzato, che sfida le frontiere, con società e «operatori della conoscenza» sempre più mobili. Eppure, da tempo i responsabili politici e gli esperti sottolineano l'importanza della dimensione del «luogo» per la crescita delle economie della conoscenza. Hanno citato gli effetti di spillover della conoscenza, che hanno indotto persone e società a stabilirsi in luoghi geograficamente vicini. A detta degli esperti, tale fenomeno ha incoraggiato la crescita e lo sviluppo delle economie regionali della conoscenza, che hanno portato con sé vantaggi economici significativi.

Riconoscendo l'importanza di tali raggruppamenti per la loro competitività, le autorità regionali stanno dedicando un'attenzione sempre maggiore all'economia della conoscenza, alle sue esigenze in generale e alle strutture di connettività e supporto dei raggruppamenti che si sono sviluppate nella regione specifica.

Lo studio ha preso in esame quattro città-regione europee (Barcellona, Brno, Manchester e Øresund) e ha constatato che in esse vengono promossi tutti gli ingredienti essenziali di una regione innovativa, tra cui figurano la crescita di settori economici e di servizi all'avanguardia, la promozione della cultura della conoscenza, l'investimento nella comunità nonché nell'istruzione e in una forza lavoro altamente qualificata.

Inoltre, tali regioni sembrano fornire le condizioni ideali per l'interazione tra le strutture chiave della conoscenza e dell'innovazione, vale a dire le università, il governo e le aziende. In aggiunta a ciò, lo studio sottolinea che tali regioni hanno anche coinvolto efficacemente il pubblico nei processi di creazione della conoscenza.

Alla luce del nuovo contesto, ciascuna di tali strutture, non da ultime le università, è stata sottoposta a un esame sempre più approfondito. Ci si è chiesti se la conoscenza prodotta negli istituti accademici sia quella necessaria all'economia della conoscenza e se i canali attraverso cui tale conoscenza sfocia nella produzione corrispondano realmente alle aspettative.

Secondo lo studio, le università stanno adempiendo al loro ruolo di produttrici primarie di conoscenza, in quanto coprono non soltanto lo sviluppo scientifico e tecnologico, ma anche i fenomeni sociali e culturali. Il fenomeno dell'economia della conoscenza, nonché l'importanza delle regioni, dei raggruppamenti e dell'interazione tra più attori per lo sviluppo della conoscenza, sono stati tutti individuati, studiati e spiegati in primo luogo da ricercatori e formatori universitari.

L'aspetto più significativo è dato dal fatto che le università istruiscono e formano laureati per la regione della conoscenza. Dallo studio è emerso che tutte e quattro le regioni della conoscenza esaminate, a differenza di altre regioni concorrenti, possono vantare un numero rilevante e una maggiore densità di tali laureati per la loro economia della conoscenza in espansione. Per quanto tale compito sia svolto con grande serietà dalle università, che operano una revisione costante dei piani di studio e delle disposizioni pertinenti, i problemi non mancano, sottolineano gli autori della ricerca. Ad esempio, l'eventuale insufficienza delle competenze per l'espletamento delle mansioni pertinenti alle professioni di innovatori, ricercatori, tecnici o dirigenti, potrebbe essere fonte di squilibri.

Gli autori hanno rilevato la necessità di ulteriori adeguamenti per preparare i laureati e adattare le loro competenze alle sfide dell'economia regionale della conoscenza attuale e in espansione. Benché esistano o vengano costantemente creati molti canali per migliorare la transizione e l'adeguamento delle competenze, secondo lo studio soltanto una regione aveva organizzato un partenariato regionale delle competenze in cui diverse università, centri di formazione e datori di lavoro potevano discutere delle esigenze e della fornitura di tali competenze.

Un altro aspetto problematico citato dalle autorità regionali intervistate ha riguardato la mentalità imprenditoriale e le relative competenze, il cui sviluppo è generalmente considerato insufficiente, non solo tra gli studenti, ma anche tra i ricercatori. Molti rappresentanti regionali hanno osservato che le università non sono necessariamente il luogo ideale per offrire tale formazione imprenditoriale. In alcune zone, i corsi sono elaborati congiuntamente da università e aziende, coadiuvate da agenzie governative regionali. In altre regioni, sono le università a proporre tali corsi, impartiti tuttavia da rappresentanti del mondo imprenditoriale.

Tuttavia, il principale compito che le università devono assolvere è fornire una base solida per la ricerca e lo studio osserva che nelle regioni esaminate le università stanno adempiendo a tale ruolo in tutte le aree tranne due: applicabilità della ricerca e trasferimento della conoscenza tecnologica. Benché gli istituti si adoperino per eccellere nella capacità e qualità della ricerca, secondo l'indagine svolta molti di essi tendono a opporre una maggiore resistenza all'applicabilità della ricerca, in quanto viene vista talvolta come deleteria per la qualità della ricerca stessa. Ciononostante, le università sono paradossalmente impazienti di accedere all'infrastruttura per il trasferimento della tecnologia, ma affermano di non disporre dei mezzi né, in un certo senso, delle conoscenze per farlo.

Negli ultimi due o tre anni nella maggior parte degli istituti esaminati sono stati creati uffici per il trasferimento della tecnologia, ma tali centri non dispongono di personale sufficiente per riuscire a far fronte all'ampia gamma di mansioni richieste. Lo studio rileva che mobilitare una fascia particolarmente ampia della comunità professionale e interessarla all'innovazione e all'attività imprenditoriale rappresenta un compito che richiede molto tempo e più risorse umane di quante ne siano disponibili presso la maggioranza degli istituti. Inoltre, in tre dei cinque paesi dei quattro studi di casi, nel complesso i ricercatori universitari sono ancora indicati (da rappresentanti del mondo accademico, delle aziende e della pubblica amministrazione) come soggetti contrari all'idea di contribuire direttamente all'innovazione commerciale.

Tuttavia, secondo gli autori dello studio, molte cose stanno cambiando in un tempo relativamente breve. In tutti e quattro i centri, un numero sempre crescente di professori sta progressivamente dimostrando un'apertura e un interesse maggiori per l'innovazione e la cooperazione con l'industria. Poiché si moltiplicano gli esempi positivi di eminenti ricercatori di base con spirito imprenditoriale ed entusiasmo nei confronti di entrambi i tipi di impegno di ricerca, l'atteggiamento dei rappresentanti più conservatori della professione sta cominciando a mutare.

Da parte loro, le autorità nazionali stanno rispondendo all'esigenza di infrastrutture migliori per il trasferimento della tecnologia, mentre molti governi europei hanno istituito di recente fondi universitari per l'innovazione, sotto forma sia di fondi di ricerca per le università o per la cooperazione università/aziende sia di un vero e proprio «terzo flusso di finanziamenti». Tali fondi vengono stanziati sulla base di una più ampia gamma di impegni economicamente rilevanti con partner non accademici. Tali canali di finanziamento sono tesi a intensificare la connettività tra le università e i loro ambienti e ad apportare quindi indirettamente vantaggi alle reti regionali della conoscenza.

Benché le autorità regionali stesse non esercitino generalmente un'enorme influenza sul comportamento delle università attraverso meccanismi di finanziamento o norme «pesanti», lo studio ha riscontrato che esse utilizzano le loro competenze in modo mirato per riunire università e aziende. Ad esempio, consapevoli dell'importanza di spazi flessibili e di un'infrastruttura di alta qualità per la ricerca competitiva e l'innovazione delle università, le autorità regionali mettono spesso a disposizione luoghi e strutture per progetti congiunti del mondo accademico e aziendale.

full text: http://www.eua.be/fileadmin/user_upload/files/Publications/The_Rise_of_Knowledge_Regions.pdf

giovedì 14 giugno 2007








Ridere, ridere, ridere!


La psicologia del sorriso è ancora agli albori, ma ne sappiamo abbastanza per renderci conto che sorridere è di importanza fondamentale per la nostra salute. Tutti dovremmo riscoprire in noi stessi il piacere del riso. Il riso e il sorriso sono in grado di sollevare l'ammalato dalle preoccupazioni e dal dolore, la risata infatti è un ottimo tranquillante. Naturalmente il sorriso apporta molti altri benefici, oltre a mantenerci in buona salute.

Quando sorridiamo esprimiamo apertamente la nostra felicità, a livello fisico e cerebrale tutto il corpo si risveglia e la mente si rischiara. Cominciamo una buona volta a imparare a ridere da soli e soprattutto a ridere di noi stessi. L'umorismo è un ottimo modo per creare punti di vista diversi; è un ottimo elemento di ristrutturazione del campo interno e di cambiamento della nostra valutazione delle cose. Ci aiuta a trovare soluzioni nuove a problemi vecchi, altre vie d'uscita. Ci aiuta a ribaltare le forze in campo, riportare alla luce vitalità ed entusiasmo.

Molti medici oggi ritengono che se il paziente è fiducioso e rilassato, qualsiasi cura medica o chirurgica ottiene risultati migliori; ci sono minori probabilità di complicazioni e il periodo di convalescenza si abbrevia, mentre l'ansia già di per sé sottopone il corpo al superlavoro. Anche uno stato d'animo positivo accresce notoriamente l'efficacia di qualsiasi medicina o operazione chirurgica. Chi ha fiducia nel proprio medico o in un particolare trattamento ne trarrà senz'altro beneficio. In realtà il corpo fa spesso quello che la mente gli impone di fare.

La risata ha degli influssi ben precisi sul nostro organismo: scatena la produzione di endorfine, i cosiddetti ormoni del benessere, che cambiano la chimica del sangue rafforzando di conseguenza le nostre difese immunitarie.
A livello fisiologico provoca i seguenti fenomeni:
- aumenta il rilassamento
- la circolazione sanguigna è più abbondante
- la capacità dei polmoni aumenta
- contribuisce alla guarigione delle malattie da stress (cuore, pressione, insonnia)

Qual è l'atteggiamento giusto per restare in salute?
Non vivere di passato e di futuro, ma stare nel presente.
Mantenere la mente più possibile sgombra di pensieri.
Non farsi sopraffare dalle preoccupazioni.
Non pensare e ripensare sempre alle stesse cose.
Esprimere gli stati d'animo a chi ci può capire, ascoltare, coccolare.
Aprire la porta alla risata e alla dimensione ludica.
Dare importanza alla fantasia e inventare visualizzazioni positive.
Non condurre una vita monotona e ripetitiva: il cervello ama inventare ogni giorno.

Una buona ricetta pratica per uno stile di vita salutare, suggeriscono i ricercatori, dovrebbe prevedere 30 minuti di attività fisica tre volte la settimana e un quarto d'ora di risate al giorno.

La medicina mondiale sembra orientata verso il riconoscimento delle innumerevoli possibilità terapeutiche legate al ridere. Molti sono ormai gli ospedali che hanno adottato tecniche di comicoterapia, dalle più semplici come i clown nelle corsie pediatriche, a quelle più strutturate come preparare il personale a dispensare buonumore, a veri e propri reparti di terapia del ridere.

Sonia Tarantola

Tratto dal libro: Gianni Ferrario, Ridere di cuore, Tecniche Nuove


mercoledì 13 giugno 2007

Sulla tranquillità dell'anima
Brevi riflessioni: se è vero che la felicità nella sua compiutezza non ci appartiene, è, tuttavia, possibile conseguire la tranquillità, così come ci insegna Democrito, una delle voci più originali del pensiero greco.
"Chi vuol vivere con l'animo tranquillo non deve darsi troppo da fare né per le faccende private né per le pubbliche né, qualora si assuma delle occupazioni, sceglier quelle che sono superiori alle sue forze e alla sua natura; deve invece esser sempre pronto a saper rinunciare, anche se gli si volge la fortuna e lo sospinge con le illusioni verso condizioni più alte, e a non accingersi a cosa che sia superiore alle sue possibilità. E cosa più sicura la grandezza moderata che l'esagerata gonfiezza ".Questa testimonianza di Democrito coglie l'esatta cifra esistenziale della tranquillità, intesa come l'unica forma possibile di felicità.L'uomo, infatti, quale essere strutturalmente limitato, viene richiamato alla consapevolezza che la sua felicità è "simultaneità-lampo", ovvero un frammento d'esistenza di straordinaria intensità e, nel contempo, di fugace durata.
Si può, di contro, conseguire la tranquillità, dice Democrito, a patto che ci si renda autonomi dalle cose, o meglio dall'opinione che abbiamo delle cose, attuando un'equilibrata disciplina delle passioni.In altri termini, e tradotto per l'uomo d'oggi, tutto frenesia, iperattività, costante ricerca di appagamento quantitativo, omologato a quello stato di "euforia perpetua", di felicità a tutti i costi indotta dal Mercato, l'autodominio, il riconoscimento di quello che è in nostro possesso e di quello che non dipende da noi, la capacità di godere dell'essenziale, ovvero di ciò che conta davvero sul piano etico e affettivo costituiscono gli ingredienti - accessibili a tutti! - della tranquillità dell'anima.
L'uomo può, così, assicurarsi uno stato di interiore benessere che, pur senza i picchi della felicità, avrà, comunque, durata nello spazio-tempo.
Coraggioso sarà, allora, quell'uomo che non investe tutto se stesso nella lotta per primeggiare nel Mercato tecnologico, all'interno del quale crede di poter perseguire l'autentica felicità, bensì colui che, per dirla ancora con Democrito, vive secondo "rettitudine e una cospicua saggezza".

Fabio Gabrielli ( tratto da www.lifegate.it)